Erano gli
anni Settanta. Studente a Pisa, cercavo dei buoni maestri, perché i cattivi
sembravano dominare l’università, i media, le istituzioni, la politica. Era già
finita la stagione del Sessantotto liberatorio e creativo, soffocato da un mix
velenoso di demagogia e d’intolleranza, che lievitata prepotentemente a fronte
di una rotta, più che di una ritirata, della ragionevolezza.
Cercavo e
non trovavo. Poi, un giorno, mi capitò tra le mani un numero di “Linus”. Ne era
già direttore Oreste Del Buono. Di questo nostro conterraneo sapevo poco. Lo
leggevo, di tanto in tanto, ora su un giornale ora su un altro. Dei suoi
romanzi, conoscevo, superficialmente, solo La parte difficile. Del resto,
l’Elba spingeva soprattutto verso Raffaello Brignetti che, non a caso, scelsi
come primo autore su cui riferire ai miei esami di Letteratura
italiana moderna e contemporanea. Posso dire che Brignetti mi affascinava e
quasi non c’era posto che per lui, magicamente “apocalittico sereno”,
nella mia biblioteca elbana di narrativa.

