Elba isola di poeti e narratori

Elba isola di poeti e narratori è un'antologia, ma non un' antologia critica perché non sono una critica, né desidero esserlo. E' il percorso di una lettrice che ha con la parola scritta un rapporto emotivo, empatico, emozionale e non intellettuale, che tenterà di dare uno sguardo sugli scrittori elbani e sull’Elba nella letteratura.
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domenica 8 settembre 2013

Il mio primo incarico nella scuola di Luigi Cignoni (da" L'isola del Diavolo", Livorno, Nuova Fortezza, 1985)



Luigi Cignoni scrisse L’isola del diavolo ( Livorno, Editrice La Nuova Fortezza, 1989) dopo aver  insegnato dal 1979 al 1981 nella scuola media di Pianosa ai figli degli agenti di custodia e degli abitanti dell’isola. Quanto ci sia di autobiografico e quanto di fantasia in  un romanzo lo sa solo l’autore, tuttavia in questo brano nel prof. Retio Guelfi, preside della scuola media di Marina di Campo da cui dipendeva la sezione di Pianosa, è ben riconoscibile il compianto  Prof. Aulo Gasparri che a quanto pare apprezzò la descrizione dato che pubblicò il pezzo che lo riguardava nella rivista  Lo scoglio dell’estate del 1991  assieme a sua fotografia:






Di buon'ora ero a Marina di Campo davanti  al Preside della scuola media, dal quale dipendeva anche la sezione staccata di Pianosa.
Cinquant'anni, capelli bianchissimi pettinati all'indietro, magro, mi si fece incontro porgendomi la mano e mi invitò a accomodarmi in ufficio. Era una piccola stanza con un grande finestrone che dava nel cortile interno del palazzo. La stanza era ingombra di cartelle, filze, fascicoli, vocabolari, libri, oggetti di laboratorio di scienze, fogli protocollo chiusi da fascette abbandonati sulla poltrona, armadi a vetri aperti. «Non faccia caso al disordine» mi disse il prof. Retio Guelfi, «ma stiamo facendo l'inventario. Liberi una sedia e si accomodi qui vicino alla scrivania». Si sedette. Assunse l'aria che gli competeva. Volle sapere dove mi ero laureato, in cosa, i miei studi, il mio curricolo, perché mi ero presentato così in ritardo. A ogni risposta muoveva in modo assertivo la testa che stava leggermente inclinata. Quando parlava, non poteva fare a meno di atteggiare le labbra piccole e sottili a una smorfia che poteva apparire un sorriso rimasto a metà. Due occhietti vispi si posavano a intermittenza su di me e mi sentivo soppesato, valutato. Mi accorgevo che voleva sapere qualcosa di più, sempre di più e che io non avevo ancora detto, ma allo stesso tempo la risposta doveva uscire spontaneamente, per via indiretta.